sabato 13 aprile 2013

La recensione di Stefano Santarsiere del mio romanzo Vera Pelle




Anno 2048. In un mondo sconvolto da crisi che hanno dissolto Stati e mercati, Milano è ancora una città, anzi è la Città, un regno ‘eutopico’ retto da un tiranno esteticamente fin troppo simile a certi politici attuali, il quale fonde in sé potere materiale e spirituale. In questo mondo alla fine del mondo, brulicante di Anonimi biancovestiti al servizio del potere, protetto da una barriera invisibile che lo isola da un Fuori selvaggio dove ululano lupi e dimorano contadini folli, si muovono anche personaggi non allineati, ironici, disillusi, ostinatamente fieri di ogni scampolo di libertà vissuta nel salotto di un’Ikea abbandonata, evocata nel passato di porno star o nei ricordi da vecchio aviatore. 

Nel croguolo di Musati, tuttavia, ben presto viene versato anche il sangue. Nella città si muove un serial killer che asporta i tatuaggi, nel frattempo vietati e quindi divenuti rarità, dal corpo delle sue vittime. Uno dei protagonisti, Colabrodo, ne subisce l’attacco ma la scampa. Entrano in scena la bellissima e orgogliosa Vera Pelle, i fratelli Yuri e Trementina, quest’ultima impiegata in un luogo emblematicamente denominato ‘Cacatombe’, e personaggi minori ma ugualmente indimenticabili come il maestro tatuatore Quick Egg, il vecchio chirurgo plastico e rapper folle Doctor Skin, il pistolero Ciucciapistola, il prete giustiziere Don Fusìl. Tutti a vario titolo impegnati a risolvere il mistero e a salvarsi la pelle (nel senso letterale del termine); e allo stesso tempo, tutti alimentati da un irresistibile desiderio di indipendenza.

Il romanzo di Fabio Musati è un affresco visionario disegnato con i pennelli del citazionismo, dei rimandi alla Storia, alla letteratura, al cinema e soprattutto alla cultura pop che lo pervade senza soffocarlo. E’, soprattutto, un libro venato di quella ironia sofisticata e che a tratti, senza che il lettore se ne accorga, ci accompagna fuori dal roboante procedere della storia e dentro ripari silenziosi, dove si colgono messaggi discreti sul rispetto di noi stessi e sull’importanza capitale della libertà.    





http://santarsiere.blogspot.it/2013/04/vera-pelle-un-romanzo-di-fabio-musati.html

giovedì 22 novembre 2012

Partigiano Inverno di Giacomo Verri

Un canto epico sulla Resistenza in Valsesia, rivissuta attraverso i tre personaggi principali – un bambino, un professore in pensione, un giovane partigiano di indole romantica – che la vivono ciascuno a proprio modo e più nelle intenzioni che nella realtà. La Resistenza, quella vera, combattuta in venti lunghi mesi dai garibaldini di Moscatelli, compare poco in questo romanzo.


 E’ lo sfondo tratteggiato sul quale si disegnano le anime dei personaggi di fronte alla scelta che ogni italiano ha dovuto compiere dopo l’8 Settembre del 43. Scegliere per non essere scelti tra le file delle milizie della repubblichina, scegliere per non essere scelti per la deportazione in Germania, scegliere per non finire fucilati contro il muro di una chiesa, come successe ai dieci martiri di Borgosesia il 21 dicembre del 43. Proprio di quei primi ventun giorni del mese di dicembre narra Giacomo Verri nel suo romanzo d’esordio ‘Partigiano Inverno’, giorni che si dilatano fino a racchiudere simbolicamente tutto il lungo cammino della Resistenza ai nazifascisti, giorni che trasformano la quieta e pacifica valle del Sesia in un teatro di scontri, torture e fucilazioni. Verri, però, non racconta gli eventi, non narra i fatti. Piuttosto ci mostra l’incredulità della natura forte della valle – le montagne, gli alberi, i corsi d’acqua – di fronte a questo spettacolo di morte, che improvvisamente strappa il sipario del cielo. Lo fa con un linguaggio straordinario, lirico, epico, romantico che via via si ibrida di termini gergali, si sporca nel dialetto, tracima in arcaismi e neologismi che spesso paiono avere più una valenza fonetica che semantica. Straordinarie in questo senso le pagine che raccontano dell’eccidio di Borgosesia. Lì l’autore non trova nella lingua che conosce (e molto bene) la possibilità di mostrarci il teatro dell’assurdo e dell’orribile inscenato dalla Legione Tagliamento ai danni della popolazione del paese. Non può, non riesce, non basta. Allora Verri si arrampica sulle parole in allitterazioni onomatopeiche, sprofonda nelle pozzanghere torbide del dialettismo, blasfema nell'osceno presepe dove si muovono frastornati santi e madonne violate,  sporca la sua bella lingua con etimi che paiono sassate, calci, pugni in pancia. Lingua sconvolta, non più di umani, per descrivere fatti che andarono oltre l’umanità e fuori da ogni possibile ragione. Dei tre personaggi ho amato il bambino e compreso il professore. Meno mi ha colpito il giovane partigiano romantico, nota parzialmente fuori registro nel concerto ben diretto da Verri.  Partigiano Inverno non è una lettura facile e, ancor meno, l’opera adatta a chi voglia sapere com’è andata. Piuttosto ne racconta le emozioni, i turbamenti, il disgusto. E lo fa bene. Un ottimo esordio, a tratti sorprendente.

martedì 9 ottobre 2012

Vera Pelle, il mio nuovo romanzo


Fabio Musati, Vera Pelle, pagg 186, € 18,00 – 978-88-97364-52-8
Crisi energetiche e alimentari hanno portato al collasso gli assetti economici, politici e sociali dell’Occidente. Istanze indipendentiste hanno fatto crollare le strutture degli Stati. Milano è diventata la Città, retta da un vescovo governatore e chiusa da una cintura magnetica che la protegge dal Fuori contaminato. In Città vige la regola dell’anonimato virtuoso, ma non tutti sono d’accordo. Colabrodo e Vera Pelle sono degli ikei, un gruppo di vecchi irriducibili che vive in un salotto da esposizione dell’ex-Ikea di Carugate.
Il quindici ottobre del 2048 qualcuno ha cercato di fare lo scalpo a Colabrodo. È cominciata la caccia a tutti i tatuati della Città e Vera Pelle è ancora un ricamo vivente.
Fabio Musati, originario della Valsesia, è nato a Milano nel 1957, dove vive con la moglie Valeria e il figlio Guido. Ha pubblicato alcuni libri di racconti e con Laruffa editore il romanzo Tramonto Falck.
Vera Pelle ripropone alcuni personaggi e temi di Tramonto Falck, quarant’anni più tardi.
Non trovandolo in libreria richiedetelo alla casa editrice: spedizione in giornata e senza spese postali.



http://networkedblogs.com/Dfol4

giovedì 4 ottobre 2012

Galline in fuga



Siamo tutti abituati alle trovate spettacolari del Sig Buonanno, quello del grana padano, dei manifesti razzisti che accolgono nella città di Varallo, che era da lui amministrata e che proterviamente continua ad amministrare essendosi autonominato Pro-Sindaco, non potendo più essere rieletto.
Ecco l'ultima:
Potranno ricevere galli e galline, il cui costo sarà interamente coperto da Buonanno, tutti quelli che lo chiederanno e che potranno dimostrare di avere qualche metro di giardino o di prato per tenerle.
"L'idea è quella di promuovere un nuovo modo di fare economia e un nuovo uso della terra - ha spiegato Buonanno - come in tempo di guerra, tenuto conto che il premier Monti ha detto che siamo di fatto in guerra".

Galli e galline per tutti! Cosi' si amministra una città (senza essere stato eletto) e cosi' ci si prepara alla campagna elettorale personale per essere rieletto deputato, che nulla c'entra con la città di Varallo. Ma i voti vanno pasturati, come galline di un pollaio, appunto.
E il sindaco? Quello porta la gerla con le galline e le passa al Buonanno che si fa bello negli studi televisi che frequenta molto più del parlamento, dove invero lo vedono pochino...
Ma tant'é, siamo nel bel paese dove già nel 1600 Renzo Tramaglino portava quattro capponi all'Avvocato Azzeccagarbugli per farsi dare i consigli giusti.
Una gallina un voto, questo é il programma elettorale del Buonanno. Tanto si sa: gallina vecchia fa buon brodo, e lui in quel brodo della politica affaristica e di scambio ci sguazza come un pesciolino nella sua boccia di vetro. Vi ricordate del suo pesciolino malato che lui mai avrebbe fatto curare dal veterinario di Varallo che aveva osato muovergli pubblicamente degli appunti? Poverino, é sempre li' a sguazzare in acque fetide, cosi' come gli abitanti di Varallo, trattati come animali da pollaio, da pasturare di tanto in tanto con trovate da circo per ottenere in cambio i voti.
Il mio sogno? Avete visto Galline di fuga, il film d'animazione? Ecco, puo' anche succedere che persino le galline si ribellino.

Galline di Varallo, ribellatevi!






lunedì 23 luglio 2012

Recensione di 'Nient'altro che amare' di Amneris Di Cesare

Questo non é un romanzo per donne.

Perdonatemi la parafrasi della famosa opera di Cormac McCarthy, ma penso che sia un’ottima introduzione per il romanzo d’esordio di Amneris Di Cesare, inserito un po’ forzatamente sotto la collana Palpiti con tanto di bandella rosa da Centoautori Edizioni.



Non é nemmeno un romanzo d’amore, a meno di estendere il genere alla narrazione più intera della parola amore.

Maria, detta ‘a Zannuta, per i denti sporgenti che la fanno sembrare una coniglia, é una donna  dalle forme generose che attira gli sguardi degli uomini. E’ mite e silenziosa, e vittima di un destino che la vuole preda facile del maschio di turno che immancabilmente la prende e la ingravida. A lei ‘piace fare quella cosa’. E le piace avere i figli dentro,’sentirli scalciare nella pancia, premere e pesare sul bacino. E una volta nati, averli intorno’. A loro dà il nome dell’uomo che l’ha presa con la forza, trasformando la causa della violenza in una conseguenza d’amore. Quei figli che le vogliono sempre sottrarre, perché con un’altra donna cresceranno più sani e intelligenti.

Il breve romanzo, ambientato in un paesino calabro degli anni sessanta, gira tutto intorno a questo personaggio, disegnato splendidamente nella sua interezza dall’autrice. Tutti gli altri personaggi le fanno da contorno, spesso umiliandola - ‘le donne mi odiavano, gli uomini mi perseguitavano’ - eppure la figura di Maria esce prepotentemente come il personaggio positivo della storia, che vince con l’amore la grettezza e le violenze di una piccola comunità retrogada e ignorante. Vince grazie alla sua interezza. Maria non dispone delle mille maschere sociali che rendono possibile e accettabile la normale vita borghese, dove cio’ che si pensa, si dice e si fa sono tre atti ben diversi della rappresentazione umana. Lei é sempre ‘a Zannuta, la stracciona sempre gravida, disprezzata da tutti eppure desiderata come oggetto delle voglie sessuali di mezzo paese. Un personaggio che rimanda all’Accattone di Pasolini o alle tante puttane raccontate poeticamente da De André. Lei non sa Nient’altro che amare e di fronte a lei gli altri si dimostrano per quello che sono veramente: spesso belve, raramente uomini e donne.

Un bell’esordio questo di Amneris Di Cesare. Un romanzo scritto bene e, soprattutto, onesto.

Non é poco.

venerdì 13 luglio 2012

Recensione de "I primi tornarono a nuoto" di Giacomo Papi

E se vostro padre, col quale vi siete riconciliati soltanto dopo la sua morte, si presentasse una mattina davanti alla porta della sua villa, che ora considerate vostra? Oppure se rientrando a casa trovaste la vecchia, che ha vissuto li’ fino alla sua morte, intenta a frugare nel vostro cassetto della biancheria? O se ricomparisse il vostro amore di gioventù, con la freschezza di allora oppure se addirittura si presentassero, come usciti dai libri di storia, antichi romani,  faraoni egizi e uomini dell’età della pietra?



“ I primi tornarono a nuoto, la notte del secondo giorno. A sciami, nelle ore disabitate, entrarono in acqua dai porti addormentati, dai moli senza nome ... e nuotarono lenti in mezzo alla laguna ... uscirono dal mare come granchi o come rane, arrampicandosi sui pali,  sulle barche ormeggiate, sulle scale intagliate nella pietra e invasero le isole.”

Giacomo Papi rispolvera nel suo primo romanzo, pubblicato quest’anno da Einaudi, un topos classico della letteratura e un mito presente in molte religioni: e al terzo giorno resuscito’.

I suoi risorti non ritornano pero’ in qualità di spettri o di zombie e neppure ascendono al cielo come divinità. Sono persone normali. Ricompaiono in carne e ossa, nudi e impauriti, e riprendono la vita da dove l’avevano interrotta, reclamando il loro ‘posto’. Li chiamano rinati.

Questo é il plot del romanzo, semplice e originale al tempo stesso. L’autore lo sviluppa senza indugiare sugli aspetti più morbosi e senza eccedere in effetti speciali, ma con una scrittura piana e attenta che ci fa partecipare a questa nuova imprevista avventura umana che rimette in discussione le nostre certezze sulla vita e sulla morte.

Riporto l’estratto di un dialogo tra Serafino, il primo rinato, e Maria, la donna incinta del protagonista del romanzo:

-          Cioé, adesso lei é vivo, ma prima era morto. Ora é tornato.

-          E che differenza ci sarebbe?

-          Come che differenza c’é? Che lei é rinato. E’ risorto. Ha mai sentito parlare di resurrezione? Okay, lasci stare. Lo sapevo che mi prendeva per pazza.

Il vecchio la fisso’ negli occhi. Maria resse lo sguardo.

-          In effetti, é da un po’ che mi sento strano. Pero’, scusi, mi faccia capire, lei crede di essere normale con quel pancione?

-          Che cos’ha di tanto strano, scusi?

-          Ci vive dentro un’altra persona, si rende conto? E’ abitato. E’ che ci si adatta a tutto, anche ai prodigi. Mi riferisco alla vita, non alla morte.

martedì 10 luglio 2012

Blu - un mio racconto di SF sulla rivista di fantascienza

Dal terrazzo di casa il Punto è solo una distesa di blu circondata dalle navi.

Il mare, il cielo e tutto il resto.

Cerco di individuare Andrea, ma non ci riesco. Il sole è ancora alto e mi abbaglia, nonostante gli occhiali scuri.

— Lo vedi? — mi domanda Valeria con una sfumatura di comando. È il suo modo di parlare, non può farci niente. Le cose devono andare come dice lei altrimenti si innervosisce.

— Come non lo vedi? Tu lo devi vedere — insiste.

Niente, solo quella linea vaga all’orizzonte dove i due blu si fondono, come nel disegno di un bambino.

— Tutto qui? — mi aveva detto la maestra quando le avevo mostrato il compito. Formidabile come certi piccoli ricordi restino impressi nella memoria.

— Non le piace? — le avevo risposto con un filo di voce. La temevo.

— Cosa mi deve piacere? Non c’è niente! — aveva urlato indicando il foglio da disegno dipinto di un blu uniforme.

— C’è il cielo, il mare. Dentro ci sono gli uccelli, i pesci.

— Ma non si vedono. È tutto blu, nient’altro.

— Be’, ma neanche al mare i pesci si vedono. Però ci sono, no?

Ero un bambino dotato di troppa fantasia, o di troppo poca: quello era stato il giudizio della maestra, e quattro il voto.

— Allora l’hai visto? — insiste Valeria, aggrappata al mio braccio e con gli gli occhi chiusi. Sembra una cieca.

— Scusa, ma perché non guardi tu?

— Non posso. Tutto quel blu mi mette l’angoscia. Mi sembra di annegarci dentro. Odio il blu.

— Io l’ho sempre amato, invece.

— Lo so — risponde, questa volta con un tono di condanna.

Dov’è Andrea? Dov’è il mio piccolo Blu, come lo chiamo io. Mi emoziono a pensarlo con quel nome, e adesso ancora di più. Valeria invece non ne ha mai voluto sapere: — Blu non è un nome. Lo prenderebbero in giro.



domenica 8 luglio 2012

Lettera di denuncia contro il demansionamento nella scuola pubblica

Ricevo dall'amica Maria Rosa Panté questa lettera di denuncia, alla quale do volentieri spazio sul mio blog.


Antefatto. Spending review: i Docenti inidonei all’insegnamento transiteranno nel personale di Segreteria



Ed eccomi qui in un momento ho cambiato tutti i pensieri, ho infranto i progetti, ho cominciato a staccarmi dalle cose. Omai lo faccio da molto tempo e sono un po' stanca, mi chiedo se è questo il destino per cui sono nata. Forse è così, forse per l'essere umano è sempre un cambiare pensieri, paure, gioie, sempre un distacco.

Questa volta il distacco che mi si chiede è più duro e più feroce dovrà essere la mia battaglia.

Ora dal poetico e dal filosofico devo scendere alla prosa della politica, dell'economia, dei tagli di spesa. Sono nel pubblico impiego: odiatemi per questo. Sono insegnante: disprezzatemi e invidiatemi. Sono insegnante inidonea all'insegnamento per motivi di salute: scuotete la testa pensando che il mio male è tutta una scusa per non lavorare. Sono docente, con laurea e 4 abilitazioni, per questo vi sto ancora più antipatica. E finalmente mi puniscono, giacché sono malata e quanto a malattia siamo fermi a Giobbe: la malattia è segno che si è colpevoli di qualcosa...

Con visite talvolta serene, talvolta umilianti, hanno appurato che davvero non sto bene ed entrare in classe mi sarebbe di ulteriore danno, e così io lavoro nella biblioteca dell'Istituto, lavoro nel laboratorio di informatica, lavoro su progetti (in qualche caso lavoro negli uffici). Quest'anno ho lavorato molto e bene, è fine giugno sto pensando a progetti per l'anno prossimo: apertura della biblioteca alla cittadinanza (la biblioteca era chiusa da anni e l'ho riaperta io); continuare con progetti teatrali, la rassegna "Il mito in pubblico" sto persino scrivendo una commedia per i colleghi; incontri con gli scrittori, sono amici cari che verranno a  costo zero, per amore della scuola e della cultura. La scuola non può permettersi nulla che non sia a costo zero.

A tutto questo pensavo prima che arrivasse la notizia su come il governo intende risparmiare nel pubblico impiego. Nel mio caso sarò punita e molti rideranno, ma spero che qualcuno capisca cosa vorrà dire in termini di spesa il piccolo risparmio su di me.

Secondo la proposta (che dovrà passare in Parlamento) io diventerò automaticamente ATA cioè verrò impiegata in segreteria. Non mi sarà data nessuna possibilità di scelta. Non è mobilità, attenzione. è demansionamento, che nel privato può essere considerato mobbing, ma se lo fa lo stato è risparmio. Verrò demansionata: una persona in attesa del posto di ATA non lavorerà. Chissà a chi "ruberò" il posto? Sarà, penso, una donna, magari non giovanissima, magari sul punto di avere il posto fisso. Potrebbe essere sola, o con figli o comunque aver bisogno di lavorare... e io sarò al posto suo, senza alcuna competenza, solo perché io sono malata e puniscono me e lei. Nel frattempo i 15000 libri della mia biblioteca torneranno negli armadi chiusi, polverosi, negli scatoloni. Hanno respirato per un  anno, ora, incolpevoli, tornano nella loro clausura forzata. E i miei, i nostri progetti? Nulla, la cultura non abbassa lo spread pare. Ma nemmeno queste politiche assurde, nemmeno questa riduzione, in nome della crisi, dei diritti civili. Si è forse abbassato lo spread, è forse cambiato qualcosa in Grecia, in Portogallo? No, lì la gente è nella miseria. Non è questa la strada. Eppure tutti su questa via, tutti a inseguire il pifferaio magico della finanza. Siamo nati per calpestare i nostri sogni e abbruttirci seguendo le crisi dei mercati? Io non lo credo. Questo sistema è fallito, è fallito sul nascere dato che si basava sulla fame di due terzi dell'umanità. La vendetta della storia tutto sommato mi sembra giusta, ma non è giusto il fatto che chi paga non è chi manovra questo stato di cose. Non c'è più equità nel miglioramento, ma c'è l'abbassamento dei diritti di tutti, tutti quelli come me e come voi che mi leggete e che forse pensate che finalmente mi faranno lavorare.

Un consiglio a chi manovra le leve: per risparmiare di più potrete in futuro bombardarci coi cacciabombardieri che non avete mai smesso di acquistare.

giovedì 28 giugno 2012

Ultime dal nostro governo

.... il ministro dell'istruzione pubblica dice che la squola non serve
il ministro della sanità dice che la salute é un optional
il ministro degli esteri dice che lui non si vuole più muovere dall'Italia
il ministro degli interni dice che soffre di claustrofobia...

mercoledì 25 aprile 2012

Democrazia in offerta speciale

Due sindaci al prezzo di uno! Affrettatevi signori, l'offerta é valida ancora per una decina di giorni, forza che qui chiudiamo tutto, sconti di fine stagione, belle signore, la democrazia al prezzo più basso, se uno legge l'altro scrive, due sind...aci e vi raddoppiamo anche i cartelli e doppi aritcoli sul valsesiano, persino doppi vigili in cartone sulla strada, forza forza che aspettate che qui si chiude, liquidazione totale, con un solo voto vi prendete il sindaco della stagione passata e quello fresco fresco della nuova, avanti avanti, c'è posto per tutti, anche per gli immigrati che cosi' non stanno a oziare nei bar, niente mendicanti, pero', sia chiaro, soldi contanti e un bel voto fresco fresco. Due sindaci al prezzo di uno e avanti cosi' fino all'infinito e oltre!
 
http://www.agoravox.it/Due-sindaci-son-meglio-che-uno.html
 

venerdì 6 aprile 2012

Il canto del tacchino

Piu' che il canto del cigno questa uscita di scena del Senatur sembra quello strozzato di un tacchino. Tramonta cosi' anche l'altro grande 'innovatore' della scena politica della cosidetta seconda Repubblica, che ha mostrato gli stessi storici difetti della prima: corruzione, affarismo, nepotismo. La differenza é che la prima era uscita di scena con toni da tragedia shakespeariana, mentre qui abbiamo una sceneggiatura da cinepanettone: il diploma pagato con la cassa del partito al figlio ripetente, manovre familiari condotte da moglie e maitresse, cartomanzia e la solita sequenza di vaffanculo e dito medio alzato. Si chiude cosi' questo ventennio idiota e sprecone dove gli stessi che urlavano nella piazze Roma ladrona, sono finiti a Roma a rubare più degli altri. Dobbiamo rifondare la politica, tutta, ripensarla e ripartire da capo con uomini e regole diverse. Mi auguro che tutti gli attuali partiti vengano spazzati via e che si affaccino nuove formazioni, a destra e a sinistra, fondate su idee forti, programmi chiari, uomini e donne nuove.

domenica 1 aprile 2012

Stralci di recensioni de L'ombra dei sogni


Un libro di difficile classificazione questo di Musati che, con i suoi nove racconti, spazia dal fantasy all'horror, dal mistery al thriller, presentando al lettore delle vicende particolari che mostrano realistiche scene di vita quotidiana ma anche situazioni appartenenti al mondo onirico e metafisico.


M.G.






In meno di cento pagine abbiamo diverse strade narrative, e inoltre il dono della sintesi e della brevità. Difficile dire se questi racconti possano trovare il consenso del lettore amante di un fantastico spettacolare e avventuroso, ma anche il lettore più giovane, se abbastanza curioso, si potrà cimentare con questa breve raccolta.



Bruno Bacelli






Luci ed ombre che portano il lettore a fermarsi e pensare, all’inizio scettico ed  incredulo poi consapevole che quello che legge puo’ succedere a tutti: il sogno, l’inconscio che, pur allontanato, ci rincorre diventando realtà.



Maria Teresa Galati




C'è un filo rosso che accomuna tutti i racconti: un'inquietudine che rimanda ad autori come Borges, Cortazàr, citati esplicitamente. Sono autori che fanno del mistero, anzi della mescolanza, delle compresenza di mistero e realtà la cifra delle loro opere. Così è anche per i racconti di Musati, che non a caso apre il libro con una citazione di Kafka, altro scrittore che guarda la realtà con l'occhio, diciamo, del sogno e dell'ombra, come recita anche il titolo della raccolta. I racconti sono incalzanti, sorprendenti, a volte più colloquiali, ambientati nella città e nelle valli di montagna, luoghi cari a Musati.

Maria Rosa Panté


  

L’ombra dei sogni” è scritto con un linguaggio plasticamente formato sulla necessità di descrivere la realtà per come essa si presenta ma, al tempo stesso, di individuare in essa misteri, manie e incubi che segnano le giornate. Buona la capacità descrittiva per cui i paesaggi e gli ambienti sono descritti nella loro essenzialità.



Davide Longoni





Abbiamo dei personaggi alla ricerca di misteri, situazioni kafkiane, drammi e tragedie, prospettive sulla natura umana. (...) i racconti di Musati mi ricordano un po' il grande Buzzati, e alcuni sarebbero molto carini... se fossero un po' meno ermetici.



Anonimo





La narrazione stessa, asciutta, incisiva e sapientemente dosata, induce un vero distaccamento dal contingente che segue quella dei protagonisti, come nel racconto Oltre il Capolinea, in cui il protagonista insegue le sue Ombre in un mondo reale (la metropolitana di Milano) ma completamente alienato. Luce e Ombra, dunque, Conscio e Inconscio: il tema del doppio emerge possente dalla scrittura e dagli intrecci di Fabio Musati. Tutti o quasi i racconti sono storie di persone che guardano il loro doppio, e che instaurano un dialogo, talvolta costruttivo e talvolta distruttivo, col loro inconscio. Dialogo che ha la sua massima espressione ne L'inquilino, racconto che degnamente chiude l’antologia.



Chiara Valentina Segré






Fabio Musati si conferma con questo libro di racconti uno scrittore sapiente, capace di condurre il lettore a volte in mondi fantastici e surreali altre invece in realtà crude e malinconiche attraverso una scrittura forte, piena, volitiva.



Amneris Di Cesare







lunedì 26 marzo 2012

Per ogni pidocchio cinque bastonate


Difficile per me fare una recensione fredda e obiettiva di questo libro di memorie di un internato nel campo di sterminio di Mauthausen. Difficile perché la stessa sorte tocco' a mio zio Clemente Musati. Lui, dopo anni di ricerche, fu dichiarato morto per polmonite nel sottocampo di Melk, della sua salma nessuna traccia. Come d'abitudine in quei lager nazisti era stata cremata.
Maris, che oggi ha 92 anni ed é stato un noto avvocato di Milano, invece riusci' a essere tra i pochi a fare ritorno dopo la liberazione. In questa sua memoria racconta la storia personale, a partire dalla sua adesione all'antifascismo milanese, alle botte e repressioni subite per quella scelta, alla sua decisione di intraprendere la carriera militare nell'esercito, i ricordi del fronte slavo dove capiva di combattere una guerra ingiusta contro i partigiani di Tito, il rientro con le sue truppe in Italia dopo l'8 Settembre, la decisione di entrare nella Resistenza, l'arresto, gli infiniti interrogatori e pestaggi subiti dai fascisti e dai nazisti, fino alla deportazione prima a Bolzano e infine a Mauthasen. Del lager racconta con il distacco che gli viene dai tanti anni trascorsi dalla prigionia, e quindi non é uno di quei libri che attanagliano le viscere e a tratti rendono quasi impossibile la lettura (come Se questo é un uomo di Primo Levi o Tu passerai per il camino di Vincenzo Papalettera). Ne escono firse gli aspetti più simbolici, un distillato freddo di quell'esperienza, e Maris preferisce attardarsi sugli episodi di amicizia e di fratellanza tra compagni di deportazione piuttosto che indugiare sulle rivoltanti tecniche di eliminazione di ogni forma di umanità perpetrate dalle SS e dai suoi carcerieri. Una lettura quindi per chi voglia capire cosa sia stato quel laboratorio di scientifica disumanità senza esserne sconvolti al punto di provare dolore fisisco nella lettura. Io, comunque, ho pianto. Consigliato ai giovani che vogliano capire che cosa sia stato il fascismo e il nazismo. Di questi tempi ce n'è bisogno, eccome!

venerdì 23 marzo 2012

Note per il discorso di commemorazione del comandante partigiano Attilio Musati


Commemorare  = ricordare insieme


Io non ricordo il cugino Attilio. L’uomo.

Non posso, l’hanno ammazzato 13 anni prima che io nascessi.

Posso immaginarlo, guardando la sua foto: un bel giovane con gli occhi buoni, lo sguardo sereno, il naso filante dei Musati, un abbozzo di sorriso, la barba incolta.

Posso ricordarlo con le parole di  Vincenzo Moscatelli, Cino: uomo coraggioso e temerario...

Con quelle di Pierino Rastelli, Pedar: Attilio era coraggioso e intelligente, sapeva perché bisognava combattere...

Con quelle di Aldo Aniasi, Iso: un valoroso comandante di distaccamento...
 

Ma l’uomo continua a sfuggirmi, a strisciare via dalle definizioni che in assenza di memoria personale paiono retoriche.
 

Aveva 26 anni, Attilio. Ne avrebbe 94 oggi. Gliene hanno portati via 68!


Attilio: Ucciso qui dalle raffiche di mitra, trascinato per un piede con un carretto dell’immondizia, il cadavere esposto in piazza Vittorio per 3 giorni con un cartello sul petto: bandito!


Proviamo a immaginare la scena mentre beviamo l’aperitivo al Roma o al Centrale.

3 giorni, mentre il suo corpo iniziava a decomporsi e nessuno poteva avvicinarlo per portargli un fiore. Cosi’ i fascisti trattavano i partigiani.


Uccidere non solo l’uomo, ma la dignità dell’uomo. La dignità di tutti gli uomini, perché ogni uomo e ogni donna é l’Uomo.

Oggi inorridiamo se un cane viene trattato cosi’!  Dovremmo dimenticare?


Ricordo anche mio zio Clemente, maresciallo pilota, arrestato dai fascisti, deportato prima nel campo di concentramento di Bolzano, poi consegnato ai tedeschi nel lager di Mauthausen, perché si era rifiutato di aderire alla Repubblica di Salo’. Disubbidi’, come altri 650,000 militari italiani che vennero internati nei lager. 40,000 di loro non fecero piu’ ritorno. Fra questi ultimi Clemente.



Disubbidire - non sottomettersi ai voleri altrui



Lui disubbidi’ e cosi’ non ho conosciuto nemmeno lui.

Chi li ha uccisi mi ha privato di un pezzo del mio passato, un pezzo della mia storia familiare, personale. Come se fossi monco di passato.

Loro, gli uccisi, mi hanno garantito un futuro di libertà e democrazia.

Mi hanno dato gambe lunghe per andare dritto e fiero nel futuro. E spalle larghe per tenere alta la testa di fronte a tutti.



Per meritarmi questo dono, per meritarci questo dono, proviamo insieme a riscostruire quel braccio che ci hanno tagliato. A ricostruire un pezzo di Attilio, a ricostruire un pezzo di Clemente.

E’ un impegno che mi prendo pubblicamente. Oggi, qui, di fronte a questa lapide.



Con loro due ricordo tutti i 500 valsesiani morti per resistere al fascismo e al nazismo.



I 45,000 partigiani uccisi in tutta Italia.

I 40,000 civili italiani deportati nei lager.



I disubbidienti, i resistenti.



Ricordo gli 11 milioni di morti nei lager: ebrei, slavi, zingari, testimoni di Geova, partigiani, oppositori politici, ex-militari, portatori di handicap e omosessuali: fucilati, massacrati, bruciati vivi, fatti esplodere, uccisi nelle camere a gas, con iniezioni di fenolo o di benzina, per fame e per sete, annegati, strangolati, impiccati, dissanguati, cremati vivi, irrorati per ore con acqua gelata, sbranati dai cani...



Ricordo coloro che hanno resistito.



Resistere - stare fermo, stare saldo, non retrocedere alla prepotenza, al sopruso, alla violenza del fascismo.



Disubbidire, resistere: sembra roba vecchia, finita nel dimenticatoio insieme alle vecchie divise dei partigiani intrise di sangue: stiamo in pace, tutti insieme, beati, tranquilli, cio’ che conta é che non ci siano buchi nelle strade, che venga asfaltato il sagrato delle chiese, che le case siano ridipinte, questa é democrazia!

Quella per cui hanno combattuto e sono morti 500 valsesiani? Quella di Varallo, medaglia d’oro della Resistenza?



Democrazia: governo del popolo, non di uno o di pochi, del popolo, di noi tutti.

Tutti hanno il diritto e il dovere di resistere, di disubbidire se é il caso o perlomeno di non accettare supinamente cio’ che non ritengono giusto.



C’é da arrossire al pensiero di cio’ che rischiamo noi, oggi, nel farlo, rispetto a quello che ha rischiato Attilio. Da vergognarsi a non farlo, per convenienza, assuefazione, cinismo, anestesia sociale.



Colmiamo i buchi, decoriamo le facciate, bene!, ma stiamo attenti a non asfaltare anche la memoria, stiamo attenti alle facce stuccate con lo smalto dei nuovi fascisti. Stiamo attenti a chi ci vuole raccontare che un morto non ha colore, é un morto e basta e tutti meritano lo stesso rispetto. Non asfaltiamo la storia, non sbianchiamo la coscienza.



Dietro le belle facciate delle case di Varallo come siamo, chi siamo, cosa siamo diventati, cosa vogliamo?



Vogliamo per esempio che a Varallo si candidi un fascista come sindaco? Vogliamo  che si dichiari pubblicamente sulle pagine dei giornali locali offeso perché discriminato in quanto fascista?  Discriminato in quanto fascista???



Ha ragione, non dobbiamo discriminare i fascisti.

Piuttosto vanno incriminati come prevede la legge 645 del 1952, reato di apologia del fascismo.



Esattamente un anno fa, un senatore del PdL ha presentato un disegno di legge per abolire questo reato. Il leghista Borghezio ha addirittura tenuto lezioni ai neofascisti francesi su come sbiancare la loro facciata per arrivare al potere.



Asfaltare le strade, decorare le facciate e annullare la memoria.



Anche questo é commemorare, ovvero ricordare insieme!



Commemorare, disubbidire e resistere per proteggere la nostra democrazia.



Grazie Attilio








venerdì 9 marzo 2012

Cugini di sangue

Oggi ho deciso che il mio prossimo lavoro sarà sulla resistenza in valsesia raccontata attraverso le vicende dei cugini Musati, partigiani, che hanno dato la vita per un'Italia libera dal fascismo. Cugini di sangue, titolo provvisorio.

Chiunque pensi di poter conribuire con fonti, documenti, testimonianze, memorie, ricordi, fotografie e quant'altro mi scriva a fabio_musati@yahoo.it

giovedì 1 marzo 2012

Il Malanno: la diagnosi di Dottor Zeno


Il pesciolino rosso per far contento il suo padrone si stava trasformando in un mostruoso pesce padano siluro a forza di nutrirsi delle alghe putride del fondo vasca, ma colpito da una crisi di rigetto vomita la bile verdastra. Poverino!

Murales di Zeno FC realizzato a Sesto San Giovanni

lunedì 20 febbraio 2012

Il Malanno - La triste storia del pesciolino rosso del sindaco di Varallo Gianluca Buonanno


Non c'é proprio niente da ridere! La storia del Malanno è stata portata alla luce dal diretto interessato, non dal povero pesciolino rosso, ma dal povero sindaco che ha scritto un appello sui giornali valsesiani e su facebook per trovare un veterinario che si prenda cura del suo pesciolino dato che a Varallo non ne trova uno alla sua altezza, o meglio della stessa destrezza.
L'appello é stato ripreso su una pagina facebook e già molti luminari del pesce sono a consulto. Da una prima indiscrezione pare che il Malanno sia causato dall'ingerimento di quantitativi spropositati di grana padano, del quale il pesciolino é golosissimo.

Seguite le prossime puntate del Malanno del pesce di Buonanno!


sabato 4 febbraio 2012

A ciascuno il suo... sud

http://www.firmiamo.it/rimozione-dei-segnali-di-intolleranza-a-varallo-sesia

Kein entragung hund und italiener

Interdit aux chiens et aux italiens


Toegang verboden voor honden en  italians 

Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani


Cartelli razzisti come questi, che purtroppo ricordano da vicino quelli che accolgono residenti, turisti e visitatori di passaggio a Varallo, non molti anni fa erano esposti nei pubblici esercizi in Svizzera, Belgio, Germania e molti altri paesi.

Tra il 1820 e il 1980 ventisette milioni di italiani, e in quanti anche dalla nostra Valsesia, sono emigrati all’estero per cercare fortuna. Specialmente nei paesi anglosassoni gli italiani venivano visti come i peggiori tra gli immigranti, cittadini di serie B.
Gli stereotipi sull'italiano medio si sprecavano: erano i più ignoranti, i più sporchi, i più rissosi, i più propensi a delinquere (grazie anche all'associazione con la mafia), i più chiassosi e gesticolanti, col coltello in tasca sempre pronto all'uso, spesso paragonati ad animali; nelle Little Italy americane dormivano insieme agli asini e le scimmie.
Studi pseudo-scientifici cercarono di dimostrare che gli italiani non erano di razza bianca, molti erano troppo piccoli e scuri per essere paragonati ai nord europei, quindi dovevano avere sangue africano. Da qui gli italiani erano classificati come di razza inferiore e pericolosa per quei paesi che  vedevano arrivare milioni di nostri connazionali che, oltre a rubare il lavoro, avrebbero "infettato" la purezza della razza caucasica.

Ancora oggi in Svizzera la Lega del Canton Ticino non sopporta gli immigrati, che per loro sono i lumbard, ovvero quei 45000 padani terroni che dai comuni confinanti di Como, Varese, Sondrio e Verbania salgono tutti giorni al Nord per laurà.

Questo partito, che ha avuto il 30% alle recenti elezioni locali, usa come motto: Fuori gli italiani dalla Svizzera!

A ciascuno il suo… sud.

Fabio Musati