Conversazioni libere sui libri (miei e degli altri), il teatro, il cinema, l'arte e le idee
mercoledì 9 luglio 2014
sabato 5 luglio 2014
Il mio l'ho fatto. Il mio nuovo romanzo in uscita in Settembre
Chi lo desidera puo' prenotare il libro da ora.
sabato 21 giugno 2014
Recensione di "Andrò via senza dire niente' di Teresa Verde, edizioni La Gru
Andrò via senza dire niente di Teresa Verde è opera sfuggente da bere
d’urgenza e tutta d’un fiato, come acqua di fontana raccolta nelle mani a
coppa. Lo è già nella struttura che non sappiamo se definire raccolta di
racconti a tema o romanzo breve a più voci.
Eppure, l’autrice sembra volerci rassicurare fin dall’inizio “E sia ben chiaro che non ho scritto nulla di
nuovo”, per concludere che “A dire il
vero non c’è nessuna differenza tra gli uomini, anche se in molti credono che
ve ne sia”.

Ma si sa quanto
agli autori, soprattutto a quelli bravi, piaccia depistare il lettore,
trasportandolo in territori che a tutta a prima gli paiono familiari per poi
divertirsi a lasciarlo solo in campo aperto, nudo e senza riferimenti noti. Non
faceva così Kafka, facendo apparire plausibile e persino dovuta la metamorfosi di
un commesso viaggiatore in scarafaggio? Non faceva così Bukowski, autore certamente caro all’autrice
che lo cita in apertura, trasformando il banale quotidiano in materia
corrosiva?
Eppure Teresa Verde
ha ragione: non scrive nulla di nuovo e racconta di uomini che sono quelli che
incontriamo tutti i giorni salendo sull’autobus “tra odori di brodini da ospedale e candeggina” oppure di donne che
ci siedono a fianco al lavoro con “varie
tonalità di giallo malcontento” e “di
gente che doveva andar di lena a guadagnarsi il pane in fabbriche fatiscenti”
o ancora di case di periferia che “sputavano
un sacco di bambini di strada”.
Sono questi,
banali, quotidiani, gli scenari delle storie che si intrecciano in Andrò via senza dire niente. Che pero’
paiono palchi di teatro, fondali finti che di notte vengono smontati per essere
trasformati in carne e sangue. Perché “quando
vivi di giorno, non lo sai, non sai niente”. E di notte Teresa Verde ci
prende e ci porta dietro il sipario
apparente delle cose e lo fa con la frusta del linguaggio pungente che la
caratterizza, ed è tutta lì la novità e la differenza dell’opera. L’autrice ci
stordisce pagina dopo pagina con la sua lingua tutta sensoriale, lavorando con
suoni, colori, odori, sapori e persino consistenze come se questi fossero la
sua grammatica del quotidiano, che lei fonde in inedite sinestesie “la caramellosa avversione per gli autobus, l’asciugamano
color worchester che odorava di menta e ginseng” e poetici ossimori “la sabbia luminosa, il fumo di ghiaccio, il
cieco che vede i colori”.
E d’altronde non
si presenta così già dal nome, Teresa Verde, col quel patronimico che sa di
fresca primavera e invece di estate e terre arse il nome proprio?
Ma se i colori e
gli odori sono il suo personale e immaginifico alfabeto, con questo lei compone parole d’amore e di
morte. Di queste due parole umide e vecchie è composto l’estratto secco
dell’opera e la sua ragione di esistere, la sua urgenza narrativa.
E di suicidi, quindi,
o di morti premature, d’incontri d’amore, di stupri e d’abbandoni,
dell’impossibilità di continuare a vivere e della necessità di farlo, comunque.
Nulla di nuovo, certo. Storie di uomini e
donne come tanti, senza nessuna differenza,
come quelli portati sulla scena dal teatro greco e da Shakespeare.
Temi universali,
eterni che Teresa Verde, a modo suo, ci inietta sotto pelle come antidoto alla
banalità del quotidiano.
mercoledì 16 aprile 2014
MAI PIU A VARALLO GLI ESSERI UMANI TRATTATI COME AUTOMOBILI
MAI PIU A
VARALLO GLI ESSERI UMANI TRATTATI COME AUTOMOBILI
Si è concluso ieri al Tribunale di
Torino, la causa che l’Asgi e quattro cittadini, hanno aperto contro il Comune
di Varallo.
La causa era stata promossa per la
rimozione dei cartelli che per 5 anni sono stati affissi all’ingresso in città
e che sono stati rimossi e sostituiti con altri soltanto la mattina stessa in
cui si teneva la prima udienza.
Nonostante la sostituzione abbiamo
chiesto che il Giudice valutasse comunque se per 5 anni alla nostra città era
stata inflitta l’offesa di dover sopportare, in
nome dell’amministrazione comunale, cartelli razzisti.
Su questo punto il Giudice ha
accolto in pieno la richiesta così decidendo:
“I cartelli
originari …erano certamente (e fortemente) discriminatori perché il divieto che
dal cartello promanava veniva radicato tramite la focalizzazione del messaggio
(tra l’altro , dai forti contenuti anche nelle immagine figurative) soprattutto
sulle minoranze femminili ed islamiche; divieto reso ancor più tagliente
dall’utilizzo improprio del simbolo del divieto di sosta (riferito a tutte le
condotte vietate) che l’art. 158 del codice della strada prevede per i veicoli e non per gli esseri umani”.
Dunque – come ora accertato dal
Giudice - per 5 anni una amministrazione comunale ha preteso di trattare esseri
umani come automobili e se ne è fatta vanto, ferendo il senso di umanità della
nostra comunità.
Siamo soddisfatti che ciò che per
molti anni abbiamo sostenuto sia ora sancito da una decisione dell’autorità giudiziaria.
Purtroppo il Giudice ha ritenuto
di non poter intervenire sui nuovi cartelli, anche perché l’affissione, essendo
intervenuta nel corso del giudizio, non poteva essere considerata nel ricorso
che aveva avviato il processo. Ma l’accertamento contenuto nella decisione
rende comunque giustizia all’impegno profuso da molti cittadini per
ripristinare nella nostra città condizioni minime di umanità e solidarietà.
Marianna Corte
Edoardo Ghelma
Fabio Musati
Maria Rosa Pantè
per l Comitato contro i cartelli
razzisti
Varallo 15
aprile 2014
venerdì 11 aprile 2014
5,4,3,2,1, 0 donne?
Grillo tuona contro il PD di Renzi che fa marketing mettendo capoliste 4 donne attraenti. In realtà le capoliste sono cinque ma siccome una ha 60 anni é stata risparmiata dall'ex comico (nel senso che non fa proprio più ridere). Non voglio tanto entrare nel merito della stile di comunicazione del signor Grillo che fa i comizi a pagamento e che insulta chiunque non la pensi esattamente come lui, inclusi i suoi. Non entro neanche nel merito delle scelte operate dal PD. Non mi compete, sono le scelte del PD. Punto.Gli elettori decideranno se votarlo o meno, stante questi capolista.
Mi piace pero' fare un'analisi puramente numerica, facendo qualche semplicissima ipotesi:
- Se il PD avesse messo 0 donne capolista, Grillo (o chi per lui) avrebbe tuonato: sono un partito maschilista! Alla prima occasione smentiscono quanto detto in termi di pari opportunità tra generi.
- Se il PD avesse messo 1 donna capolista, Grillo (o chi per lui) avrebbe tuonato: ecco, hanno infilato li' una donna come uno specchietto per allodole. Avrebbero fatto meglio a non metterne affatto allora!
- Se il PD avesse messo 2 donne capolista, Grillo (o chi per lui) avrebbe tuonato: ecco, siamo alle quote rosa, roba da riserva indiana. E' al merito che bisogna guardare, non al genere!
- Se il PD avesse messo 3 donne capolista, Grillo (o chi per lui) avrebbe tuonato: e perché non 4 allora! Che cos'é questa mancanza di coraggio che porta il PD a fare le cose sempre a metà!
- Se il PD avesse messo 4 donne capolista, Grillo avrebbe tuonato quello che abbiamo sentito, visto che lui ne ha contate quattro, dato che il suo contabile era a fare un tagliando al cervello e da solo non ce la fa a contare fino a 5!
mercoledì 2 aprile 2014
Recensione del romanzo breve Twins di Teresa Verde
Prima arriva il linguaggio: periodi cortissimi, quasi
una lista di pensieri veloci, niente articoli, verbi con una coniugazione ridottissima.
Grave ritardo mentale dice dottore
vestito da venditore di macchine usate.
E’ il flusso di pensiero della
protagonista, Mari, che gira un intero giorno per un grande centro commerciale.
A lei piace fotografare femmine con
polaroid… Mie polaroid é faccia di femmine
di mondo di cui non faccio parte, come faccia da modella di Lena, la
sorella cosi’ diversa da lei che deve incontrare quel giorno.
Spesso descrive per elenchi di
attributi : Suo padre é enorme grasso
maiale schifoso, puzzava di terra, sperma, metallo fuso, polvere di sparo,
cocaina e alcol… Madre magra scimmia con annebbiati occhi come serrature
strette e labbra grandi come gommoni.
Con quel linguaggio da ritardata mentale (ma io no ritardata, io solo rifiutato di
parlare bene) descrive e seziona il mondo che incontra con flash di
sorprendente poesia mischiata a genuina crudezza : Bambina cinese ha occhi chiusi come parentesi ingiù. Sorride mentre
guardo lei, succhia lecca lecca gigante. Di futuro lei succhia cosi’ cazzi.
Poi arriva il personaggio : Mari e Lena sono gemelle, due
metà di uno stesso nome, ma non potrebbero essere più diverse. Mari, capelli grigi, bocca sottile, alta, gigante
di molto peso, cicciona, lardosa, maiala, vacca, forme di corpo confuse con
ciccia. Io cesso di merda. Lena é madonna
strafiga, lei fata. A Lena dicevano che era bella, brava, aveva sempre
tanti uomini. Era la prediletta della madre, che si vestiva come lei. A Mari tiravano gavettoni con pipi’, escrementi
gatto. Tutti prende in giro me perché scema e brutta.
I luoghi,
percepiti sempre come estranei, eppure cosi’ precisamente descritti: Ingresso di centro commerciale sembra
cattedrale neogotica di san Patrizio. La gente sta entrando con disegno di miraggio di compere su faccia.
Mari vive in un istituto-prigione per ritardati mentali e le hanno trovato un lavoro da commessa in un supermercato. Mio lavoro brutto e squallido, ma io faccio. Per cash. Quello lo capisce bene, il cash é l’unico valore per tutti: gente no controlla più cose che fa, che dice, che mangia, che crede.
In letto-prigione ho
esatta percezione di strada con fermata di tram…Posso sentire distinti rumori,
voci, passi e mi vengono pensieri di uccidere.
Infine la storia: Mari, sacco
di patate, adesso é felice perché é diventata un killer seriale di donne
che assomigliano tutte alla sorella prediletta, quella che lei non vede da anni
se non su giornaletto di moda,
pornografia di perbene. Adesso ha un’identità, é temuta, e gode nel
torturare e ammazzare nei modi più fantasiosi le sue vittime, come faceva da
bambina con gatti, cani e conigli. Passa la giornata fotografando commesse e
acquirenti del centro commerciale, in attesa di incontrarsi con Lena. Fottutamente felice oggi perché ammazzo
donna puttana. Ma no puttana qualunque, lei é mia gemella Lena!
Teresa Verde con Twins ci dà una lezione di patetica
crudezza nel raccontare una storia drammatica. Entra nella testa di un folle
criminale e ci legge dentro, trovandoci grande umanità, riscatto, sofferenza ed
estetica del terrore. Lo fa con sapienza e stile, lo fa senza pietà. Picchiata con mazza, finché tagliato con rasoio suo corpo gonfio di
botte e lasciato sanguinare. Non c’é salvezza per nessuno se non la morte, della quale Mari
é severa dispensatrice. Non c’é per Lena, non c’é per Mari, anche nel loro
ultimo gioco di specchi.
Una prova convincente. Romanzo breve per palati forti, ma non di genere, a meno che vogliamo considerare la buona letteratura un genere.
mercoledì 18 dicembre 2013
lunedì 16 dicembre 2013
Huayna Picchu
Da quassu’ lo
spettacolo mozzerebbe il fiato, se dopo la faticaccia ne avessi ancora. Sotto qualche straccio filamentoso di nuvola,
si vedono le terrazze in pietra dell’antica città Inca, il sentiero che zigzaga
nel verde della vallata, l’orrido che si strozza tra i crostoni di roccia e termina
nel letto del fiume.
Qualche metro sopra di
noi un vecchio peruviano é seduto su di un sassone. La pelle della faccia come
cuoio bruciato, le dita della mano destra che rattrappite grattano un
chitarrino. Dei ragazzi americani lo osservano e ridono, mentre mangiano dei
panini. Io non ho fame, sono troppo stanco per la salita e ho ancora in bocca
il sapore aspro delle foglie di coca che mi hanno aiutato a venir su. A dire il
vero, senza Guido non ce l’avrei fatta. Senza il suo incitamento ‘dai papà che
sei ancora in gamba !’, senza il richiamo alla vita che mi dava standomi
davanti col suo passo da giovane stambecco, lui. Io con la bocca spalancata a cercare aria e
le mani che afferravano ogni presa possibile per salire, ma insieme siamo arrivati fino alla cima del
Huayna Picchu. Gli ultimi metri (quanti? dieci? cento?) aggrappati alla roccia,
qualche appiglio naturale, senza protezione, schiacciati contro la montagna, strisciandoci
sopra e sentendone il graffio ruvido sulla pelle.
Adesso le nuvole si
sono alzate. Quassu’ sembra di essere sospesi sul nulla. Odore di umido, freddo
e Guido ha fame. Anch’io sento qualcosa che mi si muove in pancia, ma non é
fame. Dobbiamo scendere. Già, bisogna scendere adesso. Deglutisco e sento una
punta di amaro in
fondo alla gola. Paura? E’ Guido che me lo chiede, e per spronarmi
fa un paio di passi verso l’orrido. Poi si blocca. D’improvviso, come se avesse
cambiato idea. Gli prendo la mano.
Trema. E' mezzo congelato, dice, con il labbro inferiore che sembra paralizzato. Lo guardo dritto negli occhi e cerco di comunicargli la sicurezza che
non ho. Fa freddo, ma sento le goccioline di sudore che mi scendono dalla
fronte. Questo momento sa di sale e di freddo.
Non c’é problema, gli
dico. Devi tenere il peso sempre verso la montagna e scendere all’indietro piano
piano, tenendoti a tutti gli appigli che
trovi. Forza ! Io davanti e lui dietro, questa volta. La mia mano che si
tende verso la sua nei passaggi più difficili. La faccia schiacciata contro la montagna.
Ti entra nelle narici : odore di pietra, muschio e paura. Ogni passo il
rischio reale di cedere alla gravità che ci vorrebbe attirare nell’orrido. Sotto
c’é il Machu Picchu, ma non lo guardiamo, tutta la nostra attenzione é al
metro successivo, non c’é altro. Ogni passo il laccio delle nostre mani che ci
sostiene, gli sguardi che si cercano negli attimi di sosta. Sento che si affida
totalmente a me. Questo mi dà forza.
Più sotto, ritroviamo gli
scalini di pietra. Da qui in poi, é roba per umani, non per camosci. Ci sediamo
qualche istante a riprendere fiato. La bocca secca, le mani graffiate, gli
sguardi gioiosi. Ce l’abbiamo fatta, papà ! Si’, ce l’abbiamo fatta,
Guido. Ci scaldiamo in un abbraccio.
Siamo vivi, noi due,
insieme più di prima.
giovedì 3 ottobre 2013
martedì 1 ottobre 2013
Arnaldo Musati: la pubblicità va in montagna
Torna "Ottobre Arte Aosta", ciclo di incontri-dibattito giunto alla diciassettesima edizione, in programma nella Biblioteca regionale di Aosta, e organizzato dall’Assessorato dell’istruzione e cultura, in collaborazione con l’Associazione Artisti Valdostani.
Gli appuntamenti quest'anno sono tre e prenderanno il via mercoledì 2 ottobre, con "Arnaldo Musati: la pubblicità va in montagna", con Leonardo Acerbi, giornalista, laureato in Storia dell’Arte presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. Acerbi ha incentrato il suo corso di studi sulla cultura artistica figurativa in Fiandra e nei Paesi Bassi dal XV al XVI secolo. Dal 1999 tiene corsi di Storia dell’Arte presso l’Università della Terza Età di Aosta.
lunedì 30 settembre 2013
Pensavate che avessimo lasciato perdere? Vi siete sbagliati di grosso
Eccovi una notizia: il 12 dicembre andiamo a Torino. Perché? Perché quattro cittadini Fabio Musati, Edoardo Ghelma Maria Rosa e Marianna Suprema Corte, assistiti dall’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e sostenuti dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), hanno presentato ricorso civile ricorso avanti il Tribunale di Torino contro il Comune di Varallo, rappresentato dal sindaco on. Gianluca Buonanno, quello che non mangia i finocchi e che non facendo più il sindaco si fregia del titolo di pro sindaco. Il tema è quello dei cartelli razzisti contro i quali un paio di anni fa quei cittadini, costituiti in Comitato, avevano raccolto delle firme (grazie ancora a tutti!).
Ecco: le firme raccolte non sono servite a nulla, ma quei cittadini non hanno mollato il colpo e di fronte della rigidità dell’amministrazione nel perseverare nel proprio comportamento e dell’indifferenza della Prefettura a suo tempo sollecitata sul tema, si sono visti costretti all’azione giudiziaria al fine di riaffermare i principi di solidarietà, buona amministrazione e non discriminazione. Un’azione dovuta ancor più perché offende una località, Varallo Sesia, città medaglia d’oro della resistenza, conferendole una connotazione aggressiva e inospitale.
L’udienza è stata fissata a Torino: il prossimo 12 dicembre.
Invito tutti gli amici, valsesiani e non, a condividere affinché la notizia giri nella rete e raggiunga il pesce grosso.
Comitato per la rimozione dei cartelli razzisti di Varallo
Ecco: le firme raccolte non sono servite a nulla, ma quei cittadini non hanno mollato il colpo e di fronte della rigidità dell’amministrazione nel perseverare nel proprio comportamento e dell’indifferenza della Prefettura a suo tempo sollecitata sul tema, si sono visti costretti all’azione giudiziaria al fine di riaffermare i principi di solidarietà, buona amministrazione e non discriminazione. Un’azione dovuta ancor più perché offende una località, Varallo Sesia, città medaglia d’oro della resistenza, conferendole una connotazione aggressiva e inospitale.
L’udienza è stata fissata a Torino: il prossimo 12 dicembre.
Invito tutti gli amici, valsesiani e non, a condividere affinché la notizia giri nella rete e raggiunga il pesce grosso.
Comitato per la rimozione dei cartelli razzisti di Varallo
venerdì 19 luglio 2013
Copertina di Dodicidio
Un romanzo per dodici autori dal FIAE, nato da una mia idea, portato avanti con determinazione da Amneris Di Cesare, edito da Edizioni La Gru del bravo Massimiliano Mistri.
I diritti d'autore vanno in beneficenza a IOV art.
mercoledì 29 maggio 2013
La grande bellezza - film di Paolo Sorrentino
Sorrentino racconta, avvalendosi della recitazione sublime di Toni Servillo, l'Italia allo sfascio proprio nelle sue classi dirigenti. Intellettuali, o presunti tali, editori nani e non solo come metafora, nobili in affitto, cardinali, ballano tutte le notti, bevono drink, tirano coca, agganciati in un trenino senza destinazione. Non resta che la nostalgia della gioventu', quello che credevamo di poter diventare, l'amore che credevamo di poter dare, la bellezza che é definitivamente sfumata, se non in rari squarci inafferrabili. Sorrentino sdogana la Ferilli nazionale, magicamente trasformata in donna vera, utilizza finalmente Verdone per le sue qualità drammatiche e, sulle quinte naturali di una Roma sempre bella sempre in rovina, disvela la messa in scena di disincatati uomini e donne di mezza età senza futuro e senza speranza. Che non si faccia l'errore di pensare che la cosa riguardi solo l'alta borghesia romana, questo film racconta il nostro paese forsennatamente proiettato allo sfascio.
venerdì 26 aprile 2013
sabato 13 aprile 2013
La recensione di Stefano Santarsiere del mio romanzo Vera Pelle
Anno 2048. In un mondo sconvolto da crisi che hanno dissolto Stati e mercati, Milano è ancora una città, anzi è la Città, un regno ‘eutopico’ retto da un tiranno esteticamente fin troppo simile a certi politici attuali, il quale fonde in sé potere materiale e spirituale. In questo mondo alla fine del mondo, brulicante di Anonimi biancovestiti al servizio del potere, protetto da una barriera invisibile che lo isola da un Fuori selvaggio dove ululano lupi e dimorano contadini folli, si muovono anche personaggi non allineati, ironici, disillusi, ostinatamente fieri di ogni scampolo di libertà vissuta nel salotto di un’Ikea abbandonata, evocata nel passato di porno star o nei ricordi da vecchio aviatore.
Nel croguolo di Musati, tuttavia, ben presto viene versato anche il sangue. Nella città si muove un serial killer che asporta i tatuaggi, nel frattempo vietati e quindi divenuti rarità, dal corpo delle sue vittime. Uno dei protagonisti, Colabrodo, ne subisce l’attacco ma la scampa. Entrano in scena la bellissima e orgogliosa Vera Pelle, i fratelli Yuri e Trementina, quest’ultima impiegata in un luogo emblematicamente denominato ‘Cacatombe’, e personaggi minori ma ugualmente indimenticabili come il maestro tatuatore Quick Egg, il vecchio chirurgo plastico e rapper folle Doctor Skin, il pistolero Ciucciapistola, il prete giustiziere Don Fusìl. Tutti a vario titolo impegnati a risolvere il mistero e a salvarsi la pelle (nel senso letterale del termine); e allo stesso tempo, tutti alimentati da un irresistibile desiderio di indipendenza.
Il romanzo di Fabio Musati è un affresco visionario disegnato con i pennelli del citazionismo, dei rimandi alla Storia, alla letteratura, al cinema e soprattutto alla cultura pop che lo pervade senza soffocarlo. E’, soprattutto, un libro venato di quella ironia sofisticata e che a tratti, senza che il lettore se ne accorga, ci accompagna fuori dal roboante procedere della storia e dentro ripari silenziosi, dove si colgono messaggi discreti sul rispetto di noi stessi e sull’importanza capitale della libertà.
http://santarsiere.blogspot.it/2013/04/vera-pelle-un-romanzo-di-fabio-musati.html
giovedì 22 novembre 2012
Partigiano Inverno di Giacomo Verri
Un canto
epico sulla Resistenza in Valsesia, rivissuta attraverso i tre personaggi
principali – un bambino, un professore in pensione, un giovane partigiano di
indole romantica – che la vivono ciascuno a proprio modo e più nelle intenzioni
che nella realtà. La Resistenza, quella vera, combattuta in venti lunghi mesi dai
garibaldini di Moscatelli, compare poco in questo romanzo.
E’ lo sfondo tratteggiato sul quale si disegnano le anime dei personaggi di fronte alla scelta che ogni italiano ha dovuto compiere dopo l’8 Settembre del 43. Scegliere per non essere scelti tra le file delle milizie della repubblichina, scegliere per non essere scelti per la deportazione in Germania, scegliere per non finire fucilati contro il muro di una chiesa, come successe ai dieci martiri di Borgosesia il 21 dicembre del 43. Proprio di quei primi ventun giorni del mese di dicembre narra Giacomo Verri nel suo romanzo d’esordio ‘Partigiano Inverno’, giorni che si dilatano fino a racchiudere simbolicamente tutto il lungo cammino della Resistenza ai nazifascisti, giorni che trasformano la quieta e pacifica valle del Sesia in un teatro di scontri, torture e fucilazioni. Verri, però, non racconta gli eventi, non narra i fatti. Piuttosto ci mostra l’incredulità della natura forte della valle – le montagne, gli alberi, i corsi d’acqua – di fronte a questo spettacolo di morte, che improvvisamente strappa il sipario del cielo. Lo fa con un linguaggio straordinario, lirico, epico, romantico che via via si ibrida di termini gergali, si sporca nel dialetto, tracima in arcaismi e neologismi che spesso paiono avere più una valenza fonetica che semantica. Straordinarie in questo senso le pagine che raccontano dell’eccidio di Borgosesia. Lì l’autore non trova nella lingua che conosce (e molto bene) la possibilità di mostrarci il teatro dell’assurdo e dell’orribile inscenato dalla Legione Tagliamento ai danni della popolazione del paese. Non può, non riesce, non basta. Allora Verri si arrampica sulle parole in allitterazioni onomatopeiche, sprofonda nelle pozzanghere torbide del dialettismo, blasfema nell'osceno presepe dove si muovono frastornati santi e madonne violate, sporca la sua bella lingua con etimi che paiono sassate, calci, pugni in pancia. Lingua sconvolta, non più di umani, per descrivere fatti che andarono oltre l’umanità e fuori da ogni possibile ragione. Dei tre personaggi ho amato il bambino e compreso il professore. Meno mi ha colpito il giovane partigiano romantico, nota parzialmente fuori registro nel concerto ben diretto da Verri. Partigiano Inverno non è una lettura facile e, ancor meno, l’opera adatta a chi voglia sapere com’è andata. Piuttosto ne racconta le emozioni, i turbamenti, il disgusto. E lo fa bene. Un ottimo esordio, a tratti sorprendente.
E’ lo sfondo tratteggiato sul quale si disegnano le anime dei personaggi di fronte alla scelta che ogni italiano ha dovuto compiere dopo l’8 Settembre del 43. Scegliere per non essere scelti tra le file delle milizie della repubblichina, scegliere per non essere scelti per la deportazione in Germania, scegliere per non finire fucilati contro il muro di una chiesa, come successe ai dieci martiri di Borgosesia il 21 dicembre del 43. Proprio di quei primi ventun giorni del mese di dicembre narra Giacomo Verri nel suo romanzo d’esordio ‘Partigiano Inverno’, giorni che si dilatano fino a racchiudere simbolicamente tutto il lungo cammino della Resistenza ai nazifascisti, giorni che trasformano la quieta e pacifica valle del Sesia in un teatro di scontri, torture e fucilazioni. Verri, però, non racconta gli eventi, non narra i fatti. Piuttosto ci mostra l’incredulità della natura forte della valle – le montagne, gli alberi, i corsi d’acqua – di fronte a questo spettacolo di morte, che improvvisamente strappa il sipario del cielo. Lo fa con un linguaggio straordinario, lirico, epico, romantico che via via si ibrida di termini gergali, si sporca nel dialetto, tracima in arcaismi e neologismi che spesso paiono avere più una valenza fonetica che semantica. Straordinarie in questo senso le pagine che raccontano dell’eccidio di Borgosesia. Lì l’autore non trova nella lingua che conosce (e molto bene) la possibilità di mostrarci il teatro dell’assurdo e dell’orribile inscenato dalla Legione Tagliamento ai danni della popolazione del paese. Non può, non riesce, non basta. Allora Verri si arrampica sulle parole in allitterazioni onomatopeiche, sprofonda nelle pozzanghere torbide del dialettismo, blasfema nell'osceno presepe dove si muovono frastornati santi e madonne violate, sporca la sua bella lingua con etimi che paiono sassate, calci, pugni in pancia. Lingua sconvolta, non più di umani, per descrivere fatti che andarono oltre l’umanità e fuori da ogni possibile ragione. Dei tre personaggi ho amato il bambino e compreso il professore. Meno mi ha colpito il giovane partigiano romantico, nota parzialmente fuori registro nel concerto ben diretto da Verri. Partigiano Inverno non è una lettura facile e, ancor meno, l’opera adatta a chi voglia sapere com’è andata. Piuttosto ne racconta le emozioni, i turbamenti, il disgusto. E lo fa bene. Un ottimo esordio, a tratti sorprendente.
martedì 9 ottobre 2012
Vera Pelle, il mio nuovo romanzo
Fabio Musati, Vera Pelle, pagg 186, € 18,00 – 978-88-97364-52-8
Crisi energetiche e alimentari hanno portato al collasso gli assetti economici, politici e sociali dell’Occidente. Istanze indipendentiste hanno fatto crollare le strutture degli Stati. Milano è diventata la Città, retta da un vescovo governatore e chiusa da una cintura magnetica che la protegge dal Fuori contaminato. In Città vige la regola dell’anonimato virtuoso, ma non tutti sono d’accordo. Colabrodo e Vera Pelle sono degli ikei, un gruppo di vecchi irriducibili che vive in un salotto da esposizione dell’ex-Ikea di Carugate.Il quindici ottobre del 2048 qualcuno ha cercato di fare lo scalpo a Colabrodo. È cominciata la caccia a tutti i tatuati della Città e Vera Pelle è ancora un ricamo vivente.
Fabio Musati, originario della Valsesia, è nato a Milano nel 1957, dove vive con la moglie Valeria e il figlio Guido. Ha pubblicato alcuni libri di racconti e con Laruffa editore il romanzo Tramonto Falck.
Vera Pelle ripropone alcuni personaggi e temi di Tramonto Falck, quarant’anni più tardi.
Non trovandolo in libreria richiedetelo alla casa editrice: spedizione in giornata e senza spese postali.
giovedì 4 ottobre 2012
Galline in fuga
Siamo tutti abituati alle trovate spettacolari del Sig Buonanno, quello del grana padano, dei manifesti razzisti che accolgono nella città di Varallo, che era da lui amministrata e che proterviamente continua ad amministrare essendosi autonominato Pro-Sindaco, non potendo più essere rieletto.
Ecco l'ultima:
Potranno ricevere galli e galline, il cui costo sarà interamente coperto da Buonanno, tutti quelli che lo chiederanno e che potranno dimostrare di avere qualche metro di giardino o di prato per tenerle.
"L'idea è quella di promuovere un nuovo modo di fare economia e un nuovo uso della terra - ha spiegato Buonanno - come in tempo di guerra, tenuto conto che il premier Monti ha detto che siamo di fatto in guerra".
Galli e galline per tutti! Cosi' si amministra una città (senza essere stato eletto) e cosi' ci si prepara alla campagna elettorale personale per essere rieletto deputato, che nulla c'entra con la città di Varallo. Ma i voti vanno pasturati, come galline di un pollaio, appunto.
E il sindaco? Quello porta la gerla con le galline e le passa al Buonanno che si fa bello negli studi televisi che frequenta molto più del parlamento, dove invero lo vedono pochino...
Ma tant'é, siamo nel bel paese dove già nel 1600 Renzo Tramaglino portava quattro capponi all'Avvocato Azzeccagarbugli per farsi dare i consigli giusti.
Una gallina un voto, questo é il programma elettorale del Buonanno. Tanto si sa: gallina vecchia fa buon brodo, e lui in quel brodo della politica affaristica e di scambio ci sguazza come un pesciolino nella sua boccia di vetro. Vi ricordate del suo pesciolino malato che lui mai avrebbe fatto curare dal veterinario di Varallo che aveva osato muovergli pubblicamente degli appunti? Poverino, é sempre li' a sguazzare in acque fetide, cosi' come gli abitanti di Varallo, trattati come animali da pollaio, da pasturare di tanto in tanto con trovate da circo per ottenere in cambio i voti.
Il mio sogno? Avete visto Galline di fuga, il film d'animazione? Ecco, puo' anche succedere che persino le galline si ribellino.
Galline di Varallo, ribellatevi!
lunedì 23 luglio 2012
Recensione di 'Nient'altro che amare' di Amneris Di Cesare
Questo non é un romanzo per donne.
Perdonatemi la parafrasi della famosa opera di Cormac McCarthy, ma penso che sia un’ottima introduzione per il romanzo d’esordio di Amneris Di Cesare, inserito un po’ forzatamente sotto la collana Palpiti con tanto di bandella rosa da Centoautori Edizioni.
Non é nemmeno un romanzo d’amore, a meno di estendere il genere alla narrazione più intera della parola amore.
Maria, detta ‘a Zannuta, per i denti sporgenti che la fanno sembrare una coniglia, é una donna dalle forme generose che attira gli sguardi degli uomini. E’ mite e silenziosa, e vittima di un destino che la vuole preda facile del maschio di turno che immancabilmente la prende e la ingravida. A lei ‘piace fare quella cosa’. E le piace avere i figli dentro,’sentirli scalciare nella pancia, premere e pesare sul bacino. E una volta nati, averli intorno’. A loro dà il nome dell’uomo che l’ha presa con la forza, trasformando la causa della violenza in una conseguenza d’amore. Quei figli che le vogliono sempre sottrarre, perché con un’altra donna cresceranno più sani e intelligenti.
Il breve romanzo, ambientato in un paesino calabro degli anni sessanta, gira tutto intorno a questo personaggio, disegnato splendidamente nella sua interezza dall’autrice. Tutti gli altri personaggi le fanno da contorno, spesso umiliandola - ‘le donne mi odiavano, gli uomini mi perseguitavano’ - eppure la figura di Maria esce prepotentemente come il personaggio positivo della storia, che vince con l’amore la grettezza e le violenze di una piccola comunità retrogada e ignorante. Vince grazie alla sua interezza. Maria non dispone delle mille maschere sociali che rendono possibile e accettabile la normale vita borghese, dove cio’ che si pensa, si dice e si fa sono tre atti ben diversi della rappresentazione umana. Lei é sempre ‘a Zannuta, la stracciona sempre gravida, disprezzata da tutti eppure desiderata come oggetto delle voglie sessuali di mezzo paese. Un personaggio che rimanda all’Accattone di Pasolini o alle tante puttane raccontate poeticamente da De André. Lei non sa Nient’altro che amare e di fronte a lei gli altri si dimostrano per quello che sono veramente: spesso belve, raramente uomini e donne.
Un bell’esordio questo di Amneris Di Cesare. Un romanzo scritto bene e, soprattutto, onesto.
Non é poco.
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